Un lavoro che ti merita


Devo ammettere che queste vacanze rappresentano per me un punto di riflessione importante su cosa il mondo del lavoro possa realmente offrire alla mia vita, al di là dell’aspetto remunerativo e di sostentamento alla mia Famiglia. Tanto studio, passione e continuo impiego di energie, sotto le più svariate forme, siano esse entusiasmo e dedizione piuttosto che perseguimento degli obiettivi personali e del team di lavoro. Tutto questo sembra talvolta rappresentare un coinvolgimento unidirezionale e monotono. Talvolta si ha l’impressione di vivere il rapporto lavorativo non come un rapporto sinallagmatico, ma come una forma di ricatto “ringrazia che hai un lavoro e non ti lamentare!”, quando, forse, oltre alla retribuzione delle ore lavorate e tutte le forme incentivanti di natura economica e sotto forma di garanzie assistenziali, oltre allo svolgimento diligente delle mansioni assegnate, servirebbe un riconoscimento reciproco ed empatico tra le parti. Io ti ho dato un lavoro che valorizza le tue capacità e ti offre la possibilità di esprimere potenzialità ed in cambio io ti dedico la mia vita produttiva, la mia arte d’ingegno, l’attaccamento alla maglia e la condivisione di valori ed obiettivi. Ecco questa componente di patto sociale nel mondo del lavoro di oggi sembra essere venuta a mancare. Com’é cambiato il mondo del lavoro in relazione al modo di lavorare, per quanto tempo e con quale scopo? Quanto stress e poi per quali risultati sperati? Tutto in tempi sempre più ridotti per accontentare un mercato spesso viziato e schizofrenico! Tutto é stato portato all’esasperazione perdendo molte volte di vista l’utilità reale delle proprie azioni rispetto alla quantità di risultati portati fine a se stessi, solo per giustificare un ruolo o un comportamento. Perché il lavoratore si trova a difendere uno status piuttosto che contribuire per continuare a migliorarlo? E non parlo solo da un punto di vista di benessere economico, ma più sostanzialmente attraverso una razionalizzazione delle attività, un miglioramento delle condizioni di lavoro e un consolidamento della professionalità attraverso la consapevolezza di se. La ricerca della felicità e l’autorealizzazione nella vita non dovrebbero comprendere l’attività lavorativa tra i principali fattori determinanti? Tutte quelle, considerate da alcuni, “pseudo cavolate new age sulla qualità della vita e sul significato della famiglia” dove sono andate a finire e a vantaggio o discapito di cosa?  È normale sentirsi schiavi del proprio lavoro piuttosto che liberi nella possibilità di esprimersi anche attraverso di esso? A qualcuno interessa davvero che io sappia svolgere il mio mestiere, che lo consideri parte integrante della mia persona o che mi limiti a far scorrere il tempo retribuito limitando i danni e gli entusiasmi?

Storicamente ho vissuto diversi fenomeni. Alle superiori, anni 90, vigeva ancora il famigerato posto fisso, l’impiego statale per non parlare delle immancabili raccomandazioni. Poi sembrava che il continuo aumento della domanda di laureati e conseguente crescita non proporzionata delle iscrizioni nei diversi atenei, la nascita delle mini lauree, dei percorsi più ambiti a numero chiuso, tutto avrebbe  portato ad una serie di fenomeni che potevano far riflettere fin dalla prima ora. Questo desiderio di avere una generazione di intellettuali era conseguenza di un presunto benessere economico dell’epoca o solo per procrastinare un’inefficienza nel sistema già allora evidente?

Lecita o meno la domanda: ma serviranno poi tutti questi laureati? (leggasi ideologicamente, specialisti in un settore o materia finalizzati a ricoprire ruoli di management nei diversi settori economici e culturali nazionali e non).  Perché, ricordiamoci, dovrebbe essere deputato alla scuola dell’obbligo il compito di garantire il livello culturale, l’università dovrebbe essere una scuola di alta specializzazione! Trovata o meno la risposta, il secondo fenomeno é stato l’aumento dell’età media dei nuovi dottori al primo impiego con indubbie e legittime ripercussioni sul sistema lavorativo. Per trovare un lavoro per tutti, prima che per tutti venisse individuato  un lavoro, nacquero nuove  e (non si é ancora capito adesso se fossero poi necessarie) molteplici forme contrattualistiche di stage, tirocinio, inserimento, lavoro interinale e qualsiasi diavoleria spuntata fuori dal cilindro del legislatore negli ultimi vent’anni… Tutto pur di abbattere quella certezza, il vero premio per il titolo acquisito: un lavoro assicurato. Un altro rimando alternativo alla risoluzione del problema…intanto iniziava a farsi sentire sempre con maggiore forza la crisi economica e relativa crisi occupazionale. Ci si è mai chiesti come mai il mondo del lavoro si sia dimostrato così ignorante e disinteressato alla formazione delle nuove generazioni di lavoratori, di cittadini, di elettori, di consumatori? Una società acculturata produce ricchezza a tutti i livelli con benefici diretti ed indiretti sul mondo del lavoro, mentre il conseguimento  di titoli accademici é stata fraintesa come l’acquisizione di uno status quo. “La laurea come la nuova licenza media” niente di più sbagliato! Almeno ha permesso di rimandare per 5 anni un’inefficienza del sistema pensionistico italiano commisurato alla diminuzione di giovani potenziali lavoratori, rispetto a generazioni di baby pensionati o aventi diritto alla pensione che non potevano essere mantenuti dal sistema economico nazionale contributivo fortemente sbilanciato. Il welfare e tutte le politiche sociali sono così andate a farsi benedire creando una generazione incapace, forse, di generare ricchezza ed impreparata ad innovare un Paese in piena crisi esistenziale. Il mondo del lavoro ha smesso di domandare e l’offerta lavorativa di chiedere al mercato cosa si aspettasse dai futuri protagonisti contribuenti. Così le Aziende, non cercando e non trovando professionalità con i requisiti corrispondenti alle proprie necessità, hanno optato per la formazione specialistica interna di candidati ritenuti meritevoli e con potenzialità. Nascono così Corporate University un po’ ovunque, master per lavoratori e corsi di formazione specialistica finanziati da Aziende. Costi in parte scaricabili che hanno contribuito enormemente a creare la mia generazione.  Ovviamente ci sono evidenti e significative eccezioni a questa visione semplificata e semplicistica, che ha come unico scopo quello di raccontare in poche righe  l’esperienza che personalmente ho vissuto sulla mia pelle, ma non tiene conto delle eccellenze che possiamo vantare in ogni ordine e grado, ma che ahimè, si limitano ad essere sporadiche eccezioni. Io sono tra quelli i cui studi non corrispondono all’attività lavorativa intrapresa successivamente. Tra coloro che si sono “inventati” un mestiere svolgendolo tutti i giorni, ed hanno avuto la fortuna ed il privilegio di poter contare sulla curiosità e l’interesse che li hanno portati, e li portano tuttora, a studiare per cercare di innovarsi. La sofferenza sta nell’accorgersi  che, in cambio, le Aziende che fino a ieri hanno investito su di te, oggi ti vedono come un numero, più volgarmente come un costo da tagliare perché hanno perso in primis l’interesse a conoscere i propri dipendenti, ritenendo, la maggior parte delle volte in maniera infondata, che il meglio sia da ricercare altrove. Voi cosa ne pensate?
Chiudo con un una frase da corso di team building che mi ha sempre ispirato è fatto riflettere. Tratto da un dialogo tra manager:

Pensa se formassimo e valorizzassimo le nostre risorse e poi queste con il know how acquisito se ne andassero alla concorrenza?” In risposta: “Pensa invece se non lo facessimo e queste restassero che cosa accadrebbe!

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2 Replies to “Un lavoro che ti merita”

  1. Hai ragione e purtroppo la situazione è andata sempre peggiorando… Ma credo che sia proprio il mondo del lavoro ad aver preso una deriva incontrollabile. Cerchiamo un po’ di ottimismo nel 2018, sperando di poter al più presto confutare questo trend.

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